Convinti fosse olandese, io e il mio amico, abituè del palazzo di fronte al porto, avevamo come al solito preso un appartamento e l’avevamo notata subito, in particolare l’aveva notata lui, era esattamente il suo tipo, biondissima, grandi occhi azzurri, non molto alta, fatta da uno scultore amante delle donne, sempre costantemente e immancabilmente seria, serissima. Non l’avevamo vista mai neanche sorridere. Appariva in silenzio e scompariva. Avevamo il nostro luogo preferito, il Gloria Bendita, un tablao in cui si ballava la sevillana, non potevi entrare con le scarpe da tennis, era il nostro tempio, il luogo in cui fui iniziato al Flamenco e che anni dopo fu trasformato in un fast food americano facendomi sentire sulla pelle il senso della parola profanazione (eppure mi sembra di aver già scritto queste parole magari non proprio in questo ordine ma non riesco a vedere dove e quando). Scendemmo verso le undici di sera e la trovammo nell’atrio, di fianco al grasso portiere dietro alla reception, illuminata da un neon, seria, immobile, azzurra negli occhi e nel vestito. Ci guardava. Il mio amico non si lasciò sfuggire l’occasione e partì in inglese invitandola al Gloria Bendita, pronto a sostenere una battaglia contro la sua probabile ritrosia. La sua risposta ci spiazzò due volte: accettò e lo fece in perfetto spagnolo. Potevo avvertire il cervello del mio amico esultare e prepararsi al lavorio che lo avrebbe portato alla sicura conquista. Il Gloria Bendita era fantastico, come al solito. Piccolo, raccolto, chiassoso, allegro, un tablao di assi di legno rettangolare al centro e tutto intorno, stretti contro il muro, minuscoli tavolini, sedie, sgabelli e sul lato corto dell’entrata, il bar. Lei, seduta fra me e il mio amico, parlò tutta la sera con lui. Ne ero contento, sapevo che a lui piaceva da morire ed io invece ancora cercavo una mora, stupito dalla quantità di bionde che popolavano l’Andalusia, nell’immaginario di noi italici indiscutibilmente terra di more passionali e focose. Mi stavo beando della visione di quelle braccia sottili e flessuose che s’innalzavano al cielo nello scatto della sevillana como paloma las manos! quando lei, semplicemente, in una pausa dell’impetuoso torrente di parole del mio amico, si girò dalla mia parte e guardandomi serenamente seria negli occhi pronunciò: - Me gustaria acer l’amor contigo. – e si voltò dall’altra parte per non girarsi mai più.