Quando qualcuno di fronte a me, parlandomi dice le parole “mia moglie”, immancabilmente, chiunque egli sia, in qualsiasi grado di conoscenza si trovi con me, un imbarazzante senso di colpa mi pervade, la stessa che proverei se fossi l’amante di quella sconosciuta bella signora, come se fra me e lei, all’insaputa dell’uomo che mi sta parlando, vi sia da tempo una relazione nella quale lei finalmente può essere quella che è veramente, ecco, come se fossi il custode della sua vera natura di femmina a cui lui, in qualità di marito, non può accedere, al di là dei suoi meriti e consapevolezze. Un fremito, le prime volte che mi capitava distoglievo gli occhi, poi non potevo mantenere una così evidente ammissione di colpa, ora cerco di mantenere lo sguardo nella posizione e intensità in cui si trova, ma ci devo pensare, l’impulso è quello di guardare altrove per non far scorgere all’interno della mia pupilla il sorriso di lei mentre si spoglia, le telefonate che mi fa quando lui è di là, le volte che ci siamo visti nella sala interna di quel bar poco fuori del centro, e soprattutto i suoi sguardi, il desiderio che soffia dai suoi occhi e m’investe come un uragano, sguardi che, ne sono certo, lui non conosce.