…non risalgo ancora in superficie, sono già su di una superficie, quella del fondo, in giù, il vortice si sposta con me, è questo il suo segreto, assolta la paura, ci scopriamo al centro dell’universo, autori e attori del nostro vivere quotidiano senza parte precostituita, con una traccia, un canovaccio dato dai geni, dalla cultura, un canovaccio che aspetta l’errore, la deviazione, per proseguire, per evolvere, aspetta l’invenzione per non ripetersi uguale nei secoli amen, come nel DNA è l’errore di copiatura che fa mutare la specie, così è l’errore di copiatura che fa evolvere il comportamento, l’invenzione improbabile, inaspettata, quella che, a prima vista, sembra un errore. Così il mio desiderio di restare ancora nel maelström e ancor più l’avere superato la paura (impedire con la paura è la peculiarità, la capacità e la funzione prima di quello che i cattolici chiamano il demonio, satana mette paura e immobilizza, è la sua funzione, immobilizzare, impedire la crescita e lo fa con la paura, è il mezzo di persuasione più usato nella nostra storia, tutt’ora il principale, il fondamento della società occidentale) mi fa scoprire che le pareti d’acqua si muovono con me, sono io il centro, l’occhio del ciclone, posso passeggiare liberamente sul fondo dell’anima e lasciare che le acque si richiudano quando sono stanco di raccogliere conchiglie e frammenti di tempo e la prima cosa che scopro è che il fondo non è il fondo, c’è dell’altro, ci sono passaggi che portano sotto ancora, cunicoli che sfociano in caverne zeppe di tutto quello che ho conservato nei cassetti a confermare la magnifica frase di Maestro Eckhardt, solo ciò che si conserva va perduto, avevo e ho tutt’ora l’abitudine di infilare tutto ciò che non ha un posto predefinito in un cassetto e di farcelo restare, così prendono vita insiemi meravigliosi che avrebbero fatto fare salti di felicità a Tristan Tzara, il Dadaismo reale potrebbero definirsi i miei e i cassetti della maggior parte di noi, luoghi in cui ombrelli e macchine da scrivere si incontrano spesso e volentieri ma non solo, convivono, iniziano un lungo rapporto che a volte dura decenni, o decenni di decenni, nel caso di cassetti sacralmente rispettati chiusi per un cambio di casa, il cassetto accanto al letto dell’adolescenza, per esempio, quello che ha visto le foto dei primi amori, quello dove infilavamo il diario, sollevando in blocco il Dadaismo reale che sarebbe servito da riparo ad un’eventuale ispezione del genitore curioso, quello che custodisce una conchiglia, un sassolino striato trovato in montagna, un orecchino, un orecchino, un orecchino, foglietti con una calligrafia femminile, una vite, matite colorate, lettere, temperamatite, caramelle, e, soprattutto, segreti, silenzi, omissioni, spazi privati che si aprono solo a chi li conosce e che hanno come porta esattamente quell’oggettino apparentemente insulso e insignificante, un anellino da uovo di pasqua, una scatolina, un braccialetto di fili di cotone, un portachiavi, monete di altri paesi, una radice di liquirizia, succede che si abbia timore ad aprirli, questi piccoli bauli, i tesori contenuti potrebbero assalirvi e intontirvi col loro profumo, un profumo che solo voi sapete riconoscere, e farvi chiudere gli occhi per l’emozione di un bacio, un abbraccio, aprendoli ne potrebbe sgusciar fuori una sera d’estate in cui la vostra vita avrebbe potuto cambiare, se foste rimasto, se non aveste deciso di partire, prendendo in mano un foglietto di carta potreste rimanere inebriati dall’ultima esalazione del profumo di una donna conosciuta solo per un giorno, e che vi sembrava esattamente quello che avevate sempre sognato, era lei, senza dubbio, ma stava andando in direzione opposta alla vostra, e nessuno dei due poteva o sapeva potersi fermare. Allora rimangono chiusi, piccoli bauli preziosi ed esplosivi, custodi di porte dell’anima.