Esplodo. Lentamente, un Big Bang al rallentatore, come da fuori vedo il mio essere aumentare vertiginosamente di volume, intensità, potenza, capienza, valore, e crescendo inglobare meticolosamente tutto ciò che gli è intorno, comprendere ciò che gli è intorno, che MI è intorno, comprendo espandendomi tutto ciò che contengo e continuo ad aumentare vertiginosamente. Sono sul terrazzino quando succede. Non parte dalla testa, dal cervello, no, quello è tornato al suo bel posto secondario, dopo il motore primo, il cuore, credo sia partito da lì, anzi per la precisione è partito ed è tornato tutto lì, se volessimo misurare ciò che è successo in termini di tempo umano allora è durato un battito, uno dei suoi battiti. Pum e mi sono espanso con la dovuta calma e comprensione fino al limite dell’universo infinito, lì ho avvertito un attimo meraviglioso di pace, di immobilità eterna che corrispondeva al momento in cui il movimento ha cambiato direzione ed è tornato indietro, contraendosi lentamente e istantaneamente dai confini della totalità eterna fino di nuovo al mio piccolo cuore all’interno del mio torace umano. Pum. Il battito successivo è già di nuovo normale, ricomincia la vita solita, pum pum, pum pum, pum pum. Non è successo niente e ho avvertito tutto. Quanto dura un battito del cuore, tra un colpo e un altro? Quante frazioni di secondo il nostro tempo, quello misurato dall’orologio atomico di Francoforte, che numero avrebbe fatto risultare? Una frazione di quello che chiamiamo secondo. Mi è bastato. Non ho solo vissuto tutto il tempo della mia vita, quella che ricordavo, quella che i miei muscoli, ossa, molecole del mio corpo hanno passato qui, questo è solo un particolare, quasi un filo sul quale si innesta tutto il mondo che ha avuto relazione con il mio essere e cioè tutto il resto, tutto l’universo fino al più lontano frammento di materia ingoiato da un buco nero che ora vive nella mia coscienza accanto al sorriso di una tedesca alta quasi più di me che mia nonna scambia per un’altra, al muso della macchina che mi aveva investito o era anzi un motorino che schivava lo sportello aperto dalla macchina della polizia e mi piomba addosso facendomi arrivare la testa sullo spigolo di pietra del marciapiede, al vento che passava fra le foglie degli alberi davanti casa, alla radio di plastica rossa che trasmette l’hit parade in cui battisti per l’ennesima volta è balzato primo in classifica subito dopo l’uscita del 45 giri, pensieri e parole. Non solo questo, la mia vita è solo il filo della mia coscienza al quale stanno appese o meglio attraverso il quale passano tutte le altre coscienze, e non solo quelle dei miei amici, di quelli che conosco, ma anche dei loro gatti, dei cani, delle piante che tengono in casa e sui balconi, e nei giardini, ma di più, le coscienze delle case nelle quali abitiamo che sfiatano dai camini, che fanno acqua dalle grondaie, che sbuffano, cigolano nei letti, scricchiolano nei solai di legno e negli armadi, le coscienze degli oggetti, dalla sveglia che trilla sonora e squillante al liquore sornionamente in attesa nella bottiglia da anni dietro allo sportello di finto legno nel tinello, nel salotto, nel comodino, nascosta sotto al materasso insieme ai giornali di donne nude, ma non solo, sento ogni filo d’erba, ogni radice che s’infila nel suolo, cercando l’acqua e schivando le altre radici e ancora più in basso, avverto il sorriso delle rocce schiacciate dal peso che le trasforma in altro scaldandole, sento il loro orgasmo salire quando le loro molecole si scindono e si uniscono in altre forme più fluide e compatte, le sento anelare al metallo, ne annuso il desiderio.







     
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