Mi alzo dal divano, non sto bene, lo stomaco, nausea che arriva e passa, respiro forte, sento che non sto bene, non saprei dire dove, ho bevuto e fumato, niente che non abbia già fatto, mi alzo dalla sedia, magari in piedi, magari sul divano, mi alzo dal divano, magari in bagno, non mi serve il bagno, la maniglia d’ottone, la porta bianca che ho aperto milioni di volte, sette anni, due, tre volte al giorno, a volte mai a volte dieci fanno 365 per due di media stando stretti per sette un numero vertiginoso, per lavarmi le mani - lavati le mani - era il segnale, vuole carezze e ore ore ore di carezze dolci, profonde, oscene, ore in penombra mentre fuori il mondo scorre ore ore ore, ma non è questo che vivo, è la storia, la consapevolezza di una serie di vite, una
saga, l’epopea di un popolo, orizzonti, pianure, montagne, foreste, case di pietra, villaggi, una durata di anni con tutti i particolari, dai panni appesi alle finestre nelle giornate di sole che diventano croccanti quasi asciugandosi, ai secondi eterni in cui un figlio esce alla luce e cresce e parte e sparisce e ritorna, il rumore del cucchiaino che gira lo zucchero nel caffè, ma è tutto in alto, come lo vedessi dal cosmo, come fossi un pianeta scuro, opaco, una palla di terra che sibila nel cosmo nero seguendo un’ellittica intorno ad un centro mai conosciuto: il cuore da cui tutto parte, meraviglia, stupore, meraviglia. Apro gli occhi, sto benissimo, sono sdraiato in terra, la maniglia d’ottone, la porta verniciata di bianco è di fianco a me, più lontana, come ci sono arrivato qui? Non ricordo di essermi spostato, qualcuno mi ci ha messo, sono svenuto? Com’è possibile? Non mi è mai successo, è bellissimo quello che ho provato, ho vissuto almeno dieci anni e sono stati dieci anni passati bene, sono sdraiato e sto bene, sdraiato, lei mi chiede come sto, sto bene, anzi sto molto bene, molto meglio di prima, la coscienza ha impregnato di nuovo ogni cellula, evidentemente prima il malore era dato anche dal suo ritiro, la coscienza si ritirava da me, lasciava a sé stesse parti del mio essere che restavano disorientate e giravano a vuoto dandomi quella strana sensazione di perdita, fino a che la perdita è stata completa: la coscienza è uscita dal corpo e ha fatto un balzo nell’eterno, vivendo saghe centenarie in pochi attimi del tempo terrestre, da qui la meraviglia, lo stupore, la bellezza immensa di quel tempo intenso come poche volte accade nella vita di tutti i giorni, sto benissimo sdraiato, grazie, fatemi assaporare ancora questa minuscola eternità,
arrivo.