Susanna è un nodo, un punto importante, un buco nero in cui i ricordi si curvano e s’immergono nel buio per splendere meglio se evocati dalla sua espressione, costantemente stampata sul suo viso di ragazzina, una espressione che trovai con senso di profanazione stampigliata sulla faccia di una rockstar diversi anni dopo, il labbro superiore sollevato, come chi è di fronte a qualcosa di profondamente disgustoso. Quando le chiesi perché si limitò a guardarmi come se la prendessi in giro. L’impressione è di aver già raccontato decine di volte questa storia, ma evidentemente non è così, non ci sono tracce da nessuna parte, o meglio, ci sono sentieri che portano fino qui, s’inoltrano fra le case chiare del porto di Malaga, niente di caratteristico, palazzoni alti perlopiù anonimi e silenziosi, sentieri che girano fino ad inquadrare uno spiazzo chiaro, sedie, tavolini, Susanna in un vestito di seta grigia, leggero, adorabile, che mangia ostriche. E si fermano. Ho ritrovato un tentativo fatto più di quindici anni fa di riportare a galla quello che qui si sta dipanando (e con fatica, da poco nel mio sottile equilibrio si è inserita una lettrice e sto lottando con le mie fonti per evitare che questa consapevolezza ne modifichi il flusso e il contenuto) e si ferma qui, nei vicoli di Malaga, di fronte a J*ine – Susanna.

 

 

   

 

 

 

 

 


 
   
 
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