Ma c’era un percorso alternativo al solito, uscito dal portone invece che prendere a destra prendevo a sinistra e attraversata la strada scendevo verso il fiume in un silenzio mattutino fino al bar con gli sgabelli rossi, in ombra, i luoghi lungo i fiumi acquistano un sapore particolare e unico, chi li conosce li riconosce, intanto sono spesso in basso, più in basso del livello solito e anche se non lo sono lo sembrano, stanno al livello dell’acqua o è come rispettassero l’acqua, le case sono solidali fra loro come custodi di un segreto, di molti segreti, quelli del fiume che per sua natura non è di nessun posto ma l’insieme di tutti i posti che attraversa (sentite come questa mia scrittura risenta della serata che cerco di dimenticare, ha come una specie di forzatura, un retrogusto amaro, l’intenditore ne riconosce la densità spezzata e discontinua (il mio fiume, il fiume-io sta attraversando donne lasciandosele dietro alle spalle, il fluido corre in avanti creando intorno a loro piccoli gorghi dove l’acqua sosta ma non riesce a fermarsi, non può creare un lago, non sfocia in un mare, passa, impregnandole, sommergendole a volte, modificandone l’equilibrio, ma il flusso non trova sufficiente capienza o non abbastanza bellezza per potersi trasformare in cascata)).