(costruzione, premeditazione, c’è molta differenza, lo dice anche la legge, fra un accadimento, di solito per gli avvocati un omicidio, premeditato e uno fatto d’impulso, un raptus, lo stesso accade qui, nella scrittura, c’è quella d’impulso (come vorrei fosse questa) e quella premeditata, la stragrande maggioranza della letteratura, dove uno si prefigura lo schema, come inizia e come va a finire, perlomeno, e si lascia campo libero fra questi due termini, limiti, misure, ecco, ci si dà limiti e misure, Dio è misura, dicevano, ma anche Dio è nei dettagli, Dio è con noi, Dio mio, nell’impulso potreste prendere qualsiasi strada che vi si apre davanti ad ogni parola, a me ad esempio nelle ultime due righe mi si è spalancato di fianco un invitante portone in legno massiccio quando ho scritto “limiti”, una parola che non mi è mai piaciuta e sulla quale sono tornato attraverso la disciplina dell’architettura per scoprirne notevoli sfumature passando dai riti di fondazione delle città fino alle sempre soffici e luminose considerazioni di Mircea ne Il sacro e il profano, dove ci si può gingillare anche con la parola “reale” lo spazio reale è quello sacro, reale è anche quello che appartiene al Re, e il Re del proprio mondo è ciascuno di noi, ma dove sono i limiti del nostro mondo? Come li stabiliamo? Al di là di questi limiti c’è la foresta, il forestiero, lo straniero, straniante, strano, l’altro. Tutti partono dalla scelta di un centro, poi ognuno stabilisce i propri confini, limiti, i romani tracciando un solco con l’aratro, altri mettendo una candela sulla testa di un fanciullo e facendolo partire dal centro, quando la candela si spegne, si è raggiunto il limite. Al centro c’è il fuoco, il cuore. In Hurqalya, la terra in cui mi muovo ora, ogni parola fa risuonare un sistema di assonanze e riferimenti, identità e armonie assolutamente inesprimibili con questo linguaggio lineare che sto usando, quello della scrittura, un filo di lettere che formano parole, frasi, ho ritrovato una considerazione analoga in De Santillana quando cercava di descrivere il sistema che aveva individuato nel nostro pensiero di quattromila anni fa e oltre, il paragone che faceva era con l’ologramma, una figura che si percepisce nell’insieme, per descriverla ogni racconto è insufficiente, ogni punto rimanda ad un altro, necessariamente, come qui in esplodo, che ha iniziato a parlare di sé stesso, probabilmente per prendere coscienza, per conoscersi, come la materia, che, per prendere coscienza di sé stessa, si è organizzata in esseri viventi che sanno di esistere e ci pensano, noi umani, per esempio, strumento di Dio per prendere coscienza di sé stesso.)