Quale sia poi la differenza fra anima e spirito, qui entriamo in un campo minato in cui ben pochi hanno avuto l’ardire di avventurarsi, Jung distingueva tra anima e animus, senza scomodare i teologi, che danno l’impressione di essere sempre un po’ di parte, verrebbe da dire che la famosa unione fra corpo e (e appunto, cosa? Mente no, che la mente sia in diretta relazione col corpo direi che non ci può essere più nessuno di così stolto da negarlo, spirito, forse, teniamo spirito, perché anima dà l’idea di essere qualcosa che sta comunque per conto suo, che sì, è lì, ma poi magari se ne va da un’altra parte e comunque al di là della mia scarsa competenza in materia, questa è un’altra delle dimostrazioni di quanta attenzione e sospetto sia necessario avere nei confronti del linguaggio che, al contrario di come usano fare i francesi che ne hanno fatto un Dio nel quale perdersi, dovrebbe essere considerato più uno strumento imperfetto da utilizzare solo in caso di assoluto bisogno e sempre trattandolo con diffidenza, tenendo sempre bene a mente il fine, la trasmissione di quello che ho in testa io a te, che se si potessero collegare le due teste e travasare come si fa col vino dalla damigiana alle bottiglie, il pensiero-vino arriverebbe pressochè intatto, ma il linguaggio è un tubo nel quale il vino necessariamente si modifica, non è un tubo neutro, è più un percorso di montagna con curve a gomito in cui parte dei pensieri non ce la fa a frenare e scivola dalla scarpata, altri si impregnano dell’odore del bosco, altri si fermano a bere alla locanda, altri ancora s’innamorano di una pastorella e le corrono dietro per non tornare mai più, neanche se cercati più tardi con una spedizione che coinvolge tutto il paese, altri si appisolano sotto le fresche frasche e s’inabissano nell’oblio, altri, stanchi, si fermano a metà strada, altri incontrano degli amici e si fermano a chiacchierare e infine, quei due o tre che riescono a percorrere illesi il cammino sono dei reduci, scampati a mille pericoli e tentazioni, preziosissimi e con un compito titanico: trasmettere il senso presente non solo in loro, ma anche in tutti gli amici lasciati indietro e potrebbe anche essere possibile, se al loro arrivo fossero accolti con grazia, fatti accomodare, se fosse lasciato loro il tempo di riprendersi,di rifocillarsi e poi raccontare, con calma, quello che hanno da dire, o meglio quello che si ricordano del compito iniziale, ma non è così, anzi. Il loro arrivo coincide con l’inizio della parte più difficile del cammino, perché se fino ad allora si erano mossi in un terreno pericoloso ma comunque conosciuto, ora il loro compito è avventurarsi all’interno dell’altro, in salita, in territori completamente sconosciuti, veramente pieni di insidie stavolta, dove ad ogni angolo può nascondersi un brigante malintenzionato che cercherà di mozzar loro la testa, di rubare i denari, di bastonarli per il puro gusto di vederli soffrire, dovrebbero saper volare sopra un terreno che potrebbe essere pieno di sabbie mobili, pregando per l’assenza di cecchini appostati, perché questa è l’accoglienza più probabile per ciò che ci arriva dall’esterno, chiamarla diffidenza è un eufemismo, più spesso è rifiuto e morte, ma ipotizziamo di essere i più accoglienti e bendisposti ascoltatori della terra, i nostri tre sopravvissuti arriveranno stremati a bussare al nostro portone, noi li accoglieremo sorridendo, offendo da bere e da mangiare e facendoli accomodare al tavolo, risparmiando loro anche l’ulteriore cammino perché abbiamo anche fatto venire lì, nell’avamposto, chi ha il compito di ascoltare e quando, finalmente, dopo un buon pasto e magari anche un bagno caldo ci sediamo intorno ad una tavola per ascoltarli, scopriamo che, come è naturale che sia, non parlano la nostra stessa lingua, anzi, non è proprio quello, è più insidioso, dopo qualche battuta ci accorgiamo che apparentemente parlano la nostra stessa lingua ma che danno alle parole un significato diverso, quindi dobbiamo sempre fare attenzione, accordarci sul senso di ogni parola prima di proseguire nel tentativo di comprendere un messaggio partito da cento, ridotto a tre, senza mai dimenticare che, a loro volta, sia le parole che escono dai tre sia le nostre, prima di uscire, hanno fatto il percorso di questi tre disperati che ci stanno di fronte verso i quali proviamo una gran tenerezza e comprensione umana ma che non riusciamo proprio, con tutta la buona volontà del mondo, a capire cosa stanno cercando di dirci)...