Il filo è arrivato a Susanna, vi si è immerso ed ora stenta a tornare, non ne conosco i motivi, evidentemente quei cinque giorni rappresentano un elemento importante nella geografia della mia anima, li vedo come un maelström, meglio starci lontano, ma una volta presi dalla sua forza, è inevitabile farsi risucchiare, vorticare, ammaliare, e trascinare fino in fondo, a toccare il fondo dell’abisso, magari il maelström vorticando verso il basso arriva a creare un cono di vuoto placido, l’occhio del ciclone, e a scoprire paesaggi in condizioni normali assolutamente proibiti, irraggiungibili, e più forte vortica, più è potente e più fondo dell’anima lascia all’asciutto, possiamo passeggiarci raccogliendo oggetti caduti in noi da decenni, un orecchino, un capello biondo colpevole impigliatosi tenace e scoperto da un’altra donna, una scimmietta di gomma che al vederla ci incanta facendoci esplodere zone interne che non sapevamo di avere e che avvertiamo anche ora solo dall’intensità di quello scoppio bianco che sa di latte, di profumo di mamma, di culla, o almeno così dev’essere visto che quello conoscevamo allora, quando tenevamo la morbida scimmietta fra le mani, sicuramente fra i denti, e proseguendo sul fondo bagnato, fra le altissime e paurose pareti d’acqua scura e vorticante del maelström che potrebbe richiudersi da un attimo all’altro, ci chiniamo per prendere un libro illustrato, Pecos Bill, un libro riletto solo qualche anno più tardi e che ci ha procurato una cocente delusione, ma come, era così bello! Perché adesso non mi piace più? Dove sono tutte le cose che ci avevo visto dentro? Svanite, mai esistite. Una mia invenzione? Ero io a vedercele? Il libro era solo un sentiero per far galoppare la mia mente di allora, che evidentemente era più fresca, più fervida, più capace di immaginare, dove sono quelle capacità, le ho già perse dopo un paio d’anni? O è solo il libro che fa schifo? Lo lancio stizzito nel vortice che lo accoglie e lo sfoglia e inghiotte verso l’alto, un orecchino, un orecchino, un orecchino. Mi fermo, mi chino, lo prendo, lo pulisco dalla sabbia, dalle alghe, di chi è? Quante volte ho incontrato un orecchino, uno solo, solitario, perso, staccatosi da un orecchio distratto da baci e mani incendiarie, scivolato lungo i capelli fino a raggiungere il vuoto, l’aria e precipitare silenzioso e ignorato verso la sua nuova dimora, il tappetino dell’auto, il pavimento, una piega del lenzuolo, un incavo del divano, la manica della mia giacca accartocciata accanto a noi che ci accendiamo a vicenda, sfilato e amorevolmente appoggiato sul piano del lavandino per aggiustarsi meglio i capelli e amorevolmente dimenticato per trasformarsi in un tangibile testimone di quella notte, testimone a volte scomodo, terribile, inequivocabile, traditore, da far sparire immediatamente in tasca prima che qualcun altro lo veda, o da fissare per qualche minuto chiedendogli di far tornare anche solo per un attimo il suo profumo, i suoi capelli, la pelle, i baci, le sue lunghe gambe che si dischiudono. Ma il maelström vortica, le pareti si restringono, è ora di risalire in superficie. Un attimo ancora, anche se il terreno si sta facendo scivoloso, sabbie mobili, cosa c’è sotto? Sotto la sabbia, scavo, con le mani, mentre le pareti d’acqua mi si chiudono lentamente intorno, incontro un baule, come quelli dei pirati, il Corsaro Nero, che meraviglia, c’era anche una donna, la figlia di non ricordo, forse era suo l’orecchino…

 

   

 

 

 

 


 
   
 
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