Tra i vicoli del borgo nato intorno al castello, stamattina, sciama il popolo, il popolo di Madrid finalmente ancora vociante allegro disperato vitale fatalista colorato, quello della calle Antonio Lopez, popolo di periferia, vero e verace, indigeni puri, per quanto puro possa essere un popolo fatto di incroci tra Sud America ed Europa, il popolo che vidi chiaramente quando andai a comprare il materasso. Ogni casa ha un materasso, persino la mia, completamente vuota, un tavolo, un telefono, una sedia, libri per battiscopa. La rete me l’ero già procurata, matrimoniale, volevo un letto grande e il materasso doveva essere intero, l’unico problema era come portarlo su. Dietro alla Antonio Lopez, che era comunque una strada di facciata, si apriva il mondo vero del quartiere, mi ci immersi alla ricerca del materasso e fu magnifico, credo fosse una mattina di cielo plumbeo, quando sbucai nel quartiere mi si aprì uno scenario inaspettato, un formicolio incessante di vita pulsante che dilagava nelle strade, ribolliva nei bar, urlava dalle finestre, rideva appoggiato ai muri, correva dietro ad un pallone, passava spingendo carrelli, portando pacchi, salutando, boffonchiando, ammiccando, scaraventandosi fuori dai portoni all’improvviso, trasportando su improbabili ape car marroncine e arrancanti ogni sorta di oggetti, dai quadri agli armadi usati, comò appoggiati sui marciapiedi di fianco a bottegucce di calzolai, carretti dei biglietti della lotteria, grosse signore ferme a mitragliarsi parole, e su tutto, ma proprio tutto, una sorta di calma veloce, tutti stavano facendo qualcosa ma non aveva la minima importanza, avrebbero potuto fermarsi in qualsiasi momento, fare una sosta di sei ore, per esempio, cosa sarebbe cambiato? Nulla, assolutamente nulla. Quindi muoviamoci, sì, velocemente, sì, facciamo, sì, ma con la certezza che potremmo anche no, che non mi obbliga nessuno tranne il corpo, le sue voglie e necessità, quello sì, da quello no, che non si può prescindere. Il materasso è indissolubilmente incrociato in me a questo ribollio vitale, i particolari ci navigano dentro, credo di averlo trovato in un negozietto buio, di aver aiutato il padrone del negozio a caricarlo sull’ape car marroncina del suo amico che boffonchiando, arrancando e sbandando pericolosamente l’ha trasportato sano e salvo fino al mio portone dove l’autista mi ha aiutato a portarlo su e finalmente sistemarlo sulla rete, ad ambientarsi, a incarnare il simbolo di quelle che avrebbero dovuto essere le mie notti di fuoco madrilene.