Mi ero costruito una mappa di Madrid basata sulle fermate della metropolitana. Quando dovevo andare in un posto, cercavo la strada poi, su un foglietto bianco quadrato disegnavo il percorso fra il luogo e la fermata di metro più vicina, così dopo un po’ di tempo avevo una serie di piccole mappe quadrate con la fermata del metro come generatore, era un mondo sotterraneo enorme e imprevedibile, sviluppato su diversi livelli, cambiare linea poteva significare camminare lungo infiniti corridoi di piastrelle bianche con suonatori di violino, sì, proprio come in qualsiasi grossa metropoli, ma l’impressione che davano quelle sterminate scale mobili che s’inabissavano accanto a scalinate e corridoi e luci al neon e piastrelle bianche, gialle, rosse, blu era quanto di più lontano dall’efficienza ipertecnologica e quanto di più vicino ad una città sotterranea post-atomica disegnata da un allievo ubriaco di Escher amante dei fumetti di Ranxerox, tutto era assolutamente vissuto, sbrecciato, sproporzionato, imprevedibile, le prospettive potevano cambiare dietro ogni angolo, chiudersi in un muro di piastrelle blu malamente graffittato o esplodere in una pluridimensione di scale che s’innalzavano, s’inabissavano, di cunicoli lanciati dritti o a zig zag e tutto era percorso incessantemente dal popolo di Madrid costantemente in movimento e abitato da straccioni a sedere, chitarristi poco esperti, violinisti strazianti. Ma protagonisti assoluti e onnipresenti erano le scale infinite e il suono delle vetture. Imparai presto che ogni linea aveva il suo canto, melodioso persino a volte, m’incantavo ad ascoltare suoni mai sentiti che nascevano fra una fermata a l’altra, prima lontani, bassi, poi sempre più presenti man mano che la velocità aumentava fino a raggiungere un’intensità paragonabile solo ad un tenore che tiene per tempo improbabile un lungo acuto che scatenerà l’applauso della folla che qui invece, ignara della meraviglia, sciamava fuori senza aspettare la prossima esibizione, immancabile e nuova, fino alla fermata successiva. Alcune erano cupe, tetre, suoni di catene trascinate in maledetti sotterranei di tortura, lancinanti frustate, urla soffocate che diventavano ululati di terrore, inquisitori di morte, folle di prigionieri eterni che mugugnavano il proprio lamento sconnesso e doloroso. Poi, dopo una perigliosa, faticosa, incerta e lenta risalita verso l’alto, ecco finalmente l’uscita, la luce del sole che filtra dalla cima dell’ultima scalinata, quella che mi avrebbe portato, ancora una volta, alla luce.

 

 

 

   


 
   
 
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